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Il paradosso della pace: Quando le parole perdono il senso

Il recente annuncio del "piano Ursula" per la non pace in Europa, riportato dal Fatto Quotidiano, ha destato non poche perplessità e riflessioni in merito alla direzione che il continente europeo sta prendendo. Il titolo stesso dell'articolo, "Ursula: Prepararsi alla guerra con più armi, come coi vaccini", rappresenta un'ottima sintesi di quanto sconcertante stia accadendo.

In poche parole, ci viene detto di prepararci per una guerra imminente, di armare le nostre nazioni come se fossero dosi di vaccino, e tutto questo mentre ci sforziamo di contenere pandemie e salvare vite umane. Un controsenso che mette a nudo la confusione di priorità e il disorientamento morale che sembra regnare sovrano nelle stanze del potere.

Il paradosso è lampante: mentre ci impegniamo nella produzione di vaccini per proteggere la salute pubblica, contemporaneamente ci prepariamo a una guerra ipotetica che potrebbe mettere fine a molte di quelle stesse vite che cerchiamo di salvare. È un gioco perverso, un'ossessione per la sicurezza che rischia di annegare nel suo stesso delirio di potenza.

Ma il nodo cruciale non risiede solo in questa contraddizione apparente. È piuttosto nella concezione distorta della guerra come strumento di salute pubblica anziché come un fallimento della diplomazia e dell'umanità stessa. Se la preparazione alla guerra diventa sinonimo di rafforzamento del "sistema immunitario" di una nazione, allora ci troviamo di fronte a una deriva pericolosa, a una negazione delle lezioni dolorose apprese nel corso della storia.

Il pensiero distorto che permea questa visione è quello di considerare la guerra come una sorta di inevitabile costante nella storia umana, anziché come un errore da evitare a tutti i costi. Le parole di alcuni leader europei, che profetizzano l'ineluttabilità dei conflitti, sono un segnale di disillusione e disperazione che non può passare inosservato.

L'escalation retorica dei sostenitori della guerra occidentali, iniziata con la fornitura di armi durante il conflitto in Ucraina, ha raggiunto livelli di delirio senza precedenti. Mentre ci si aspetterebbe saggezza e diplomazia dai leader di un mondo sconvolto, ci troviamo invece di fronte a un'accettazione beffarda della follia bellica.

La diplomazia europea sembra aver gettato la spugna fin dall'inizio, incapace di trattare le questioni delicate che plasmano il nostro futuro comune. I tentativi di dialogo con la Russia da parte di alcuni leader, come Macron, si sono rivelati vani e privi di risultati tangibili.

Il dibattito su un possibile esercito europeo potrebbe essere un passo verso l'autonomia e la sicurezza del continente, ma se questo dibattito viene alimentato dalle fiamme della guerra imminente, diventa solo un altro strumento di divisione e distruzione.

Invece di promuovere un mondo in cui tutti possano coesistere pacificamente, siamo spinti verso l'abisso della guerra totale. L'umanità si trova sull'orlo di un precipizio, e questa volta non è affatto certo che i libri di storia possano raccontare cosa accadrà dopo. Forse è giunto il momento di fermarsi, di riconsiderare le nostre priorità e di impegnarci seriamente nella costruzione di un futuro basato sulla pace e sulla cooperazione, anziché sull'orrore e sulla distruzione.

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